Sohrab Sepehri 

1928-1980

Sohrab Sepehri, celebre poeta iraniano, nasce a Kashan il 7 ottobre 1928; artista, pittore e poeta di grande talento, Sepehri si fece conoscere e notare con la pubblicazione di “Il suono dei passi d’acqua”, che segna la parte centrale e più significativa della sua attività poetica alla quale vengono aggiunti altri due volumi. Nel 1969 partecipa alla Biennale di Parigi e subito dopo espone le sue tele in una galleria a New-York dove ha vissuto per un breve periodo.

L’ambiente familiare in cui cresciuto l’ha influenzato radicalmente, dato che anche la famiglia di Sohrap optava per l’arte e la letteratura. Padre di Sohrab, era un impiegato presso l’ufficio Posta-Telegraph, artigiano e creatore del tradizionale flauto persiano, il tar, mentre la nonna, anch’essa, era una poetessa di discreto talento. Kashan e i villaggi d’intorno hanno avuto un ruolo significativo nelle opere di Sohrab, sia per la pittura che poesia, infatti nelle sue poesie evidenzia prevalentemente il suo paese d’origine che tra l’altro si vanta di una storia ricca e gloriosa:

“Io sono nato a Kashan,
discendente forse
da una pianta dell’India, da una terracotta di Sialk
o forse da una prostituta di Bukhara.

Mio padre dipingeva,
costruiva tar, e lo suonava
aveva anche una bella scrittura”.

Sepehri è così popolare tra gli iraniani che di solito è conosciuto con il suo nome di battesimo “Sohrab” come se fosse un amico che tutti lo conoscono e lo capiscono. Sohrab ha viaggiato oltre la normale traiettoria dei significati quotidiani. Il suo uso di nuove forme nella poesia lo rende apparentemente complicato da capire ma in fondo sono delle geniali metafore che lui applica al significato delle parole selezionate nella sua composizione poetica. I lettori sono così immersi nella sua poesia che a volte dimenticano il mondo delle realtà e sperimentano un nuovo riconoscimento dell’uomo e dell’intero universo.

Sohrab era un amante della natura. Proprio come un bambino rannicchiato nel seno di sua madre, Sohrab trova riposo nel seno della natura. Ha un grande rispetto per la natura e tutto ciò che è rilevante per essa. Guarda la natura e le creature al suo interno come un amante che non vede difetti nella sua amata. È un vero adoratore che ama Dio e le Sue creature, credendo che si debba piantare il fiore dell’amore nel suo cuore per l’intero universo. Per Sohrab, l’amore è tutto:

“Non so perché la gente dice che i cavalli sono gentili
E i colombi sono belli
E nessuno invece alleva avvoltoi”

Esperto in buddismo, misticismo e tradizioni occidentali, ha mescolato i concetti occidentali con quelli orientali, creando così una sorta di poesia insuperabile nella storia della letteratura persiana. Per lui, le nuove forme sono nuovi mezzi per esprimere i suoi pensieri e sentimenti. La sua poesia è, infatti, come un viaggio. Ogni volta che lo leggi lo capisci in modo diverso.

Sohrab ci porta in un viaggio in un mondo sconosciuto dove le cose brutte diventano belle e gli oggetti disprezzati diventano il centro dell’attenzione dei lettori. La vita del poeta, dopo aver lasciato una traccia poetica incancellabile per la letteratura persiana si spense a Kashan nel 1980. La sua poesia intitolata “Dov’è la dimora dell’amico” ha toccato il cuore del regista iraniano Abbas Kiarostami che nel 1987 ha scritto e diretto un film ispirandosi alla poesia di Sohrab.

“Dove è la casa dell’amico?”

Chiese il cavaliere nel chiarore.

Il cielo esitò.

Il passante offrì alle sabbie oscure

il ramo di luce stretto tra le lebbre,

indicò col dito un pioppo e disse:

“prima di arrivare all’albero,

 trovi un sentiero più verde del sogno di Dio

 dove l’amore è azzurro quanto le ali della sincerità.

 Prosegui fino in fondo al sentiero,

 dove sbocca verso l’adolescenza,

poi volti verso il fiore della solitudine,

due passi prima,

 ti fermi a guardare l’eterno zampillare dei miti terrestri

colto da un limpido timore.

E nell’intimità mutevole dello spazio

senti un fruscio:

vedi un fanciullo salire su un pino alto

a prendere un pulcino dal nido della luce

e chiedi a lui dove è la casa dell’amico”.

Kamal-al-Molk

Mohammad Ghaffari, soprannominato Kamal al-Molk (1884 – 1919), fu un famoso pittore iraniano, nato a Kashan in una famiglia degli artisti e pittori. Mohammad, un ragazzo molto astuto e sensibile e dal cuore generoso è cresciuto in un villaggio in mezzo al verde la cui maestosa montagna abbagliava, i suoi occhi e il suo cuore che erano pieni di amore per la natura. Si narra che egli prendesse un pezzo di carbone dal forno e faceva dei disegni sui muri, sui libri contabili di suo padre, sulle selle dei cavalli e a volte, lontano dagli occhi dei suoi genitori, sul muro imbiancato della sua stanza.

 Palazzo Golestan 

Kamal al-Molk da giovane si trasferì a Tehran e durante il suo soggiorno dipinse diversi dipinti commissionati da Nasser al-Din Shah. Trascorse poi diversi anni in Europa, studiando con numerosi pittori europei studiando le opere dei grandi pittori in vari musei del mondo. Al suo ritorno in Iran, Kamal al-Molk ha fondato la scuola “Mostazarfeh” che sarebbe diventata un punto di riferimento per i nuovi artisti e pittori iraniani.

 Forough Farrokhzad

Nata a Tehran nel 1935, periodo di grandi trasformazioni sociali, terzo di sette figli, Forugh studiò arte e iniziò presto a comporre della poesia. Forough ha frequentato la scuola fino alla terza media, poi ha imparato a dipingere e cucire in una scuola femminile per le arti manuali. All’età di sedici anni era sposata con Parviz Shapour, un acclamato autore satirico. Farrokhzad ha continuato la sua educazione con lezioni di pittura e si è trasferita con suo marito ad Ahwaz. Un anno dopo, ha dato alla luce il suo unico figlio, Kamyar (soggetto di A Poem for You). Dopo tre anni di matrimonio Forough si sentirà costretta a scegliere tradivorzio e poesia e sceglierà quest’ultima, perdendo per sempre, secondo la relativa sentenza emessa, l’opportunità di vedere il figlio.

Farrokhzad, una donna divorziata che scrive poesie controverse con una forte voce femminile, subito ebbe un lambo di successo e diventò icona femminile posandosi al centro di attenzione. Nel 1958, per motivi di studio, trascorse nove mesi in Europa. Dopo essere tornata in Iran, in cerca di un lavoro ha incontrato il regista e scrittore Ebrahim Golestan, che ha rafforzato le sue inclinazioni ad esprimersi e vivere in modo indipendente e con il quale ha avuto un amorevole rapporto reciproco. Ne mentre la poetessa, oramai conosciuta, ha pubblicato altri due volumi, The Wall e The Rebellion, prima di recarsi a Tabriz per girare un cortometraggio sugli iraniani colpiti dalla lebbra.

Questo cortometraggio realizzato nel1962 s’intitola “La casa è nera” e viene considerato una parte essenziale della Nuova Onda del cinema iraniano. Durante i dodici giorni di riprese, Forough si è affezionata a Hossein Mansouri, il figlio di due lebbrosi, e decise di adottarlo e portarlo con sé a casa di sua madre.

Il 13 febbraio 1967, Farrokhzad morì in un incidente d’auto all’età di trentadue anni. Per evitare di colpire uno scuolabus, ha sterzato la sua jeep, che ha colpito un muro di pietra; è morta prima di raggiungere l’ospedale. La sua poesia “Crediamo all’inizio della stagione fredda” è stata pubblicata postuma ed è considerata da alcuni critici letterari come una delle poesie moderne meglio strutturate in persiano:

“Cielo! se da questa gabbia silenziosa

Pensassi un giorno di spiccare il volo,

che dire a quel fanciullo in pianto?

Lascia stare, resterò uccello prigioniero.

Io, quella candela che col bruciore del cuore

Terrà illuminata una rovina:

se decidessi di scegliere il silenzio

renderei questa dimora smarrita”.

Forugh Farrokhzad è considerato il più grande poetessa del ventesimo secolo in Iran, i suoi testi hanno ispirato artisti famosi in patria e all’estero, come Abbas Kiarostami, nel suo film

“Il vento ci porterà via”, e Bertolucci, documentario sulla sua vita. Anche oggi il suo ricordo è molto vivo e presente, eletto dalle donne che mostrano un’icona e riconoscono in lei una portavoce ideale. La sua vita è la storia di una coraggiosa donna, poetessa e artista di grande talento con tante avventure sentimentali, sociali e politiche.

La casa è nera

 

 Ahmad Shamlu (1925 – 2000)

Shamlou, poeta conosciuto iraniano, è nato il 12 dicembre 1925 a Tehran, suo padre era un ufficiale dell’esercito, originario di Kabul (Afganistan). Infatti Ahmad avendo dovuto seguire il padre, ha ricevuto le prime nozioni scolastiche in varie città: Zahedan nel sud-est dell’Iran, Mashhad nel Nord-est e Rasht nel nord. Nel 1938 Shamlou lasciò la scuola superiore per iscriversi al Technical College di Tehran, una delle migliori di quel periodo, che gli consentirebbe anche di apprendere la lingua tedesca. Nel 1942 suo padre lo portò nel nord dell’Iran, occupato dall’esercito sovietico. Shamlou, cominciò a scrivere le sue idee rivolozionare, ragione per cui viene arrestato dall’Armata Rossa per le sue idee politiche e viene inviato a Rasht. Fu rilasciato dal carcere nel 1945 e partì con la sua famiglia per l’Azarbaijan.

Nel 1948 iniziò a scrivere in un mensile letterario chiamato “Sokhan”. Due anni dopo viene pubblicato il suo primo racconto: “La donna dietro la porta di ottone”. Seconda raccolta di poesie: Manifesto, è stata pubblicata nel 1951 ivi ha mostrato le sue chiare inclinazioni verso “l’ideologia socialista”. Nel 1952 ottenne un lavoro presso l’ambasciata ungherese come consulente culturale, e nel mentre pubblicò la terza raccolta di poesie, Metals and Sense, che è stata bandita e distrutta dalla polizia.

Nel 1956 diventa caporedattore della rivista letteraria “Bamshad”. È stato separato dalla moglie dopo aver avuto due figli e una figlia. Nella primavera del 1962 incontrò Aida Sarkisian, di famiglia armeno-iraniana che viveva nel suo stesso quartiere; e si sposarono dopo due anni, nonostante l’opposizione della famiglia di Aida a cui non piaceva Ahmad, più vecchio e già divorziato due volte, nonostante tutto, rimasero assieme fino alla sua morte.

Shamlu è stato senza dubbio una figura importante nel campo della poesia e la traduzione – tra cui Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry – egli ha sempre vissuto una vita poetica e ha portato la poesia al servizio dei più alti valori umani. Ahmad era la presenza e la memoria storica di una generazione che per quasi mezzo secolo fiorì in molti campi del pensiero e della letteratura, tirando fuori dall’oscurità del tempo i miti umani svelando il mistero del piccolo incantesimo dell’amicizia con le loro innovazioni. Pertanto, Shamlu considera la poesia come uno strumento per stabilire la libertà. Oltre alla poesia e la traduzione, Ahmad, avendo una voce teatrale, narrava e leggeva delle poesie classiche persiane, registrava le sue traduzioni e le famose quartine di Ommar Khayyam. Proprio per l’esistenza di una tale visione libera nella poesia, quando alla fine degli anni Cinquanta sceglie le sue poesie, completamente ideologici, per trasformarle in un nastro con la sua voce, quel nastro prende il nome di “Esploratori modesti della cicuta” che poi sarebbe diventato anche il titolo di una raccolta di poesie.

Esploratori modesti della cicuta

Magari potessi

            Compiangere

Io

 a

  Goccia

   Goccia

    Goccia

Il sangue delle mie vene

Ché mi credessero.

Magari potessi

  -un istante potessi magari-

assiderselo sulle mie spalle,

quest’incomputabile popolo,

lì avvolgessi intorno alla bolla del suolo

ché vedessero coi loro occhi ivi sarà il costoro sole

e mi avrebbero creduto.

Magari

potessi!

Asghar Farhadi

Asghar Farhadi nato il 7 maggio 1972, è un regista e sceneggiatore iraniano. Come regista ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali come Crystal Simorgh del Fajr International Film Festival; Golden Globe e Oscar per il miglior film in lingua straniera; e Orso d’Oro del Festival Internazionale del Cinema di Berlino.

Farhadi si è laureato all’Università di Teheran con una laurea in Arti Drammatiche in teatro e ha preso il master in regia presso università Tarbiat Modares. Farhadi, prima di passare alla scrittura di sceneggiature, ha iniziato a realizzare cortometraggi, 8mm e 16mm, nell’Iranian Young Cinema Society della filiale di Isfahan. Il suo debutto cinematografico è stato Dancing in the Dust (Raghs dar Ghobar), seguito da Beautiful City (Shahr-e-Ziba), che ha portato il riconoscimento di Farhadi e gli ha fatto vincere premi ai festival cinematografici nazionali e internazionali.

Bahram Beyzaei

Bahram Beyzaei è un regista, produttore, sceneggiatore ed scrittore iraniano, egli nato a Teheran, in Iran, il 26 dicembre 1938. Si è avvicinato al mondo dell’arte quando era ancora molto giovane. Al liceo scrisse due commedie storiche che alla fine divennero il suo metodo di scrittura preferito. Entrò quindi all’Università di Teheran, ma non terminò gli studi per mancanza di interesse per la materia che stava studiando.

Fu allora che iniziò a fare ricerche sul teatro iraniano e sulla letteratura epica. All’età di 21 anni ha fatto un’ampia ricerca sul “Libro dei Re” (Shahname) e Ta’azie – un genere teatrale religioso iraniano -.  Studiò anche la storia preislamica e si familiarizzò con la pittura persiana.

I successivi dieci anni della sua vita furono dedicati a scrivere in varie pubblicazioni sull’arte orientale e sul teatro iraniano. Scrisse anche un buon numero di articoli sul cinema che divennero poi oggetto di uno dei suoi libri. È durante questo periodo che Bayzaei scrisse alcuni dei suoi capolavori: “The Eight Voyage of Sinbad”, “Banquet”, “Serpant King”, “Dolls”, “Story of the Hidden Moon” e molti altri…

Ha iniziato la sua carriera cinematografica con un cortometraggio di successo chiamato “Uncle Moustache” (Amoo Sibiloo) nel 1970. Da allora ha prodotto e diretto altri 8 film e ha dato un contributo significativo allo sviluppo del cinema e del teatro in Iran. Nonostante la sua popolarità e conoscenza, Bayzaei non è mai riuscito a ottenere il sostegno del governo, né prima né dopo la rivoluzione. Dopo quasi 20 anni, due dei suoi film “Death of Yazdgerd” e “Ballad of Tara” non hanno ancora ricevuto un permesso di proiezione. Entrambi i film sono stati accantonati a causa del fatto che non sono conformi al codice islamico attualmente in uso nell’industria cinematografica iraniana. “Bashu, il piccolo straniero” sarebbe stato il suo terzo film ad essere accantonato. Ma alla fine ha ottenuto un permesso  per la proiezione dopo la fine della guerra tra Iran e Iraq. Il film parla di un bambino che ha perso la casa e la famiglia a causa della guerra.

Beizaei con Bashu mette in evidenza la netta differenza antropologica e linguistica tra nord e sud dell’Iran in un momento bellico e disastroso.

Fariba Vafi (1963)

Fariba Vafi è nata il 21 gennaio 1963, a Tabriz nell’Iran nord-occidentale. Ha iniziato a scrivere storie in tenera età e si è concentrata sulla scrittura letteraria come suo obiettivo principale. Ha visto l’uscita del suo primo libro, (In Depth of the Stage) nel 1986 e da allora ha pubblicato dei brevi racconti e sette romanzi. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue e hanno vinto dei premi internazionali. Fariba, che è originariamente azera, crede che il suo talento linguistico a volte si incastri tra il persiano e il turco (azero), perché in persiano è una persona e in azera è un’altra persona, ma dopo tutti questi anni ha cercato di conciliare e bilanciare queste due lingue. Fariba ha lasciato molte opere i questi anni, tra le la raccolta di storie approfondite, “Anche quando ridiamo”, “sulla strada per la villa”, “Come un uccello in volo” e altri romanzi.

Fariba è una scrittrice realista le cui principali preoccupazioni sono i problemi delle donne, Fariba considera la storia come una piattaforma per esprimere le sofferenze delle donne nella società. Nelle sue storie, fa riferimento ai dettagli della vita delle donne e ai tipi di violenza dal punto di vista dei personaggi femminili. Le sue storie dimostrano le donne e ragazze che hanno subito dei traumi nella loro vita o durante la loro infanzia. I risultati mostrano che le donne nelle sue storie hanno una personalità statica e stagnante e sono spesso vittime del patriarcato e delle esigenze della società maschile e sono passive di fronte alla violenza.

Come un uccello in volo è la storia di una donna con due bambini piccoli che, dopo una lunga assenza, diventa proprietaria di una casa di 50 metri e ne è felice, ma la sua felicità dura poco. Suo marito Amir vuole vendere la casa ed emigrare in Canada. La donna non vuole andare da nessuna parte. La donna infatti vuole solo trovare il suo posto nella vita guardando il passato analizzandolo. Nell’analisi del passato troviamo punti sottili e nuovi nella vita di una donna iraniana, e insieme alle sue sofferenze e gioie, incontriamo la complessità della situazione attuale.

“Il mio silenzio ha un passato. Sono stata incoraggiata molte volte per questo. Avevo sette o otto anni quando sapevo che non tutti i bambini ce l’hanno. Il mio silenzio è stato la mia prima risorsa. … Negli anni che seguirono, fui spesso ammirata dalle donne della nostra famiglia per la mia gentilezza. A causa della mia segretezza. Presto mi resi conto che stavo in una scatola con una porta piena di segreti. Amir era disturbato dai miei silenzi. Il mio silenzio lo spaventa. A poco a poco mi sono abituato a essere loquace, anche quando non era necessario. Anni dopo ho imparato che le parole possono essere un nascondiglio ancora migliore del silenzio.”

Farsì (Arabizzato di Parsi): il persiano la lingua parlata in Iran 

L’indoiranico è uno dei rami principali della famiglia della lingua italiana in quanto riunisce tutte le condizioni favorevoli per esserlo. Le sue genti furono uno dei primi popoli indoeuropei a far irruzione nella storia. Una di esse divenne la lingua classica di una cultura così antica e peculiare quale fu quella dell’Iran. Nel I millennio a.C. gli indoiranici appaiono definitivamente scissi nei loro due rami, quello indiano e quello iranico, e stabiliti in un continuum che va dall’Iran fino all’India, passando per l’Afghanistan e il Pakistan. A partire da questo momento, i due popoli vanno considerati separatamente. Per cui una di queste linguae del gruppo indo-iranico è appunto il farsì ossia il persiano moderno. Il farsì è di ceppo indo-europeo ed è completamente diverso dalle lingue semitiche quali come l’arabo o l’ebraico.

L’Iran è stato islamizzato nel corso del VII e VIII secolo d.C., dopo la conquista da parte degli arabi, quando la calligrafia araba sostituisce quella persiana. Però il farsì mantenne le sue forme grammaticali per cui dal punto di vista morfosintattico il persiano rimane tale uguale come prima e non divenne una lingua semitica. La storia pre-islamica iranica è stata talmente opulente e radicale che ha lasciato le sue tracce ben riconoscibile, a partire dalla lingua. Prima della conquista araba, la lingua persiana ebbe due fasi di evoluzione: il persiano antico e l’avestico

  • il persiano antico è la lingua ufficiale della dinastia achemenide durante l’impero persiano. Dario il Grande (521 – 486 a.C.) introdusse la scrittura per la sua lingua, una modalità semplificata del sistema cuneiforme.
  • L’avestico è la lingua in cui è scritto l’Avesta, ossia il testo sacro degli Zoroastriani. Trasmesso a lungo per via orale e non fu per scritto fino a dopo il III secolo d.C., in epoca sassanide e veniva parlato durante il periodo del regno sassanide e aveva subito notevoli semplificazioni rispetto a quello antico. Non aveva un solo alfabeto, bensì due: quello aramaico e quello chiamato huzvaresh.

Ancora oggi i diversi dialetti iranici continuarono la loro evoluzione fino a che, nel X secolo emergono sotto la forma di iranico moderno. La principale opera letteraria in iranico moderno è il poema epico Il libro dei re, il cui autore, Firdusi, visse fino al 1000 d.C. circa. Attualmente si continuano a parlare numerose varietà dialettali. Tra esse il farsì, lingua nazionale dell’Iran; il pashto, lingua ufficiale dell’Afghanistan; i dialetti curdi, parlati in Siria, Turchia, Iran e Iraq; i dialetti del Pamir, sull’omonimo altopiano situato a nord-ovest dell’Afghanistan. Infine le lingue iraniche a nord Caucaso, l’ossetico e i dialetti caspici sono eredi della lingua degli ultimi elementi indoeuropei che restarono nelle steppe, che chiamiamo sciiti e sarmati.

Jafar Panahi

Jafar Panahi, nato l’11 luglio 1960 a Mianeh in Iran, egli è un regista, sceneggiatore e montatore iraniano. Dopo diversi anni trascorsi a realizzare cortometraggi e a lavorare come assistente alla regia per il collega regista iraniano Abbas Kiarostami, Panahi ha ottenuto il riconoscimento internazionale con il suo primo lungometraggio nel 1995, Palloncino binaco (Badkonake Sefid). Il film ha vinto la Caméra d’Or al Festival di Cannes 1995, il primo importante premio vinto da un film iraniano a Cannes.

All’età di vent’anni Panahi fu arruolato nell’esercito iraniano e prestò servizio nella guerra Iran-Iraq. Ha lavorato come direttore della fotografia dell’esercito dal 1980 al 1982. Nel 1981 è stato catturato dai ribelli curdi che stavano combattendo le truppe iraniane. Dalle sue esperienze di guerra ha realizzato un documentario sulla guerra che alla fine è stato mostrato in TV. Dopo aver completato il servizio militare, Panahi si iscrisse al College of Cinema and TV di Teheran.

Nel 1992, Panahi ha realizzato il suo primo cortometraggio narrativo The Friend (Doust), che era un omaggio al primo cortometraggio di Kiarostami The Bread and Alley (Nan va Koucheh), 1970. Panahi è stato rapidamente riconosciuto come uno dei registi più influenti in Iran. Il suo approccio cinematografico è noto per evidenziare il lato sociale e popolare della vita in Iran, spesso incentrato sulle difficoltà dei bambini, dei poveri e delle donne. Sebbene i suoi film siano stati spesso vietati in Iran, ha continuato a ricevere consensi internazionali dalla critica cinematografica e ha vinto numerosi premi, tra cui il Pardo d’oro al Festival internazionale del cinema di Locarno per The Mirror (Ayeneh), 1997, il Leone d’oro al Festival di Venezia per The Circle (Dayereh), 2000, il Prix du Jury al Festival di Cannes per Crimson Gold (Talaye Sorkh), 2003, l’Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino per Offside, 2006, e Orso d’oro al Festival di Berlino per Taxi, 2015.

Jalal Al Ahmad

Jalal Al Ahmad (1923- 1969), fu un noto scrittore e critico sociale iraniano. In un breve abbozzo autobiografico completato nel 1967, e pubblicato solo dopo la sua morte, egli descrive la sua famiglia conservativamente religiosa. I suoi volevano che suo figlio seguisse una carriera nel bazar, e l’istruzione formale di Jalal si sarebbe conclusa con la scuola elementare se non avesse scelto di iscriversi – all’insaputa del padre – ai corsi serali al Dar-al-fonun, mentre lavorava di giorno come, variamente, un orologiaio, elettricista e commerciante di pelle. Terminato Dar-al-fonun nel 1943, passò alla Facoltà di Lettere del Collegio degli insegnanti di Teheran, laureandosi nel 1946, e l’anno successivo fu assunto come insegnante di scuola dal Ministero della Pubblica Istruzione. È stato obbligato a continuare a lavorare come insegnante per tutta la vita, nonostante il crescente rispetto e la popolarità che ha guadagnato come scrittore.

Al Ahmad si unì al partito Tudeh poco dopo la seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni ’40 prese le distanze da Tudeh poiché era apertamente presovietico. Ha sostenuto il movimento di nazionalizzazione del petrolio del Dr. Mohammad Mosaddeq. Dopo il colpo di stato orchestrato dalla CIA del 1953, Jalal fu imprigionato per diversi anni

Nel 1950, Al Ahmad sposò Simin Daneshvar, un’altra scrittrice iraniana di talento. Tuttavia, dal 1945 al 1968 scrisse romanzi, saggi, diari di viaggio e monografie etnografiche. I soggetti delle sue opere erano principalmente questioni culturali, sociali e politiche, rappresentazioni simboliche ed espressioni sarcastiche. Nelle sue opere ha prestato attenzione alle credenze superstiziose della gente comune e al loro sfruttamento da parte del clero sciita.

Ha tradotto alcune opere francesi in persiano; come “Les main sales” di Jean-Paul Sartre e “The Gambler” di Fëdor Dostoevskij.

Al Ahmad si è recato in regioni povere e lontane dell’Iran e ha cercato di documentare la loro vita, cultura e problemi. Nel 1962, Al Ahmad pubblicò “Gharbzadegi” comunemente tradotto in inglese come ” Occidentosis”, che è il suo saggio critico più famoso. In “Gharbzadegi” scrive una “critica pungente della tecnologia e della civiltà occidentali. Ha sostenuto che il declino delle industrie tradizionali iraniane come la tessitura dei tappeti fosse l’inizio delle vittorie economiche ed esistenziali occidentali sull’Oriente”. Il suo messaggio è stato ampiamente accolto dall’Ayatollah Khomeini e successivamente da altri rivoluzionari durante la rivoluzione iraniana del 1979.